La prima e fondamentale dotazione di un fotoreporter è la connessione tra l’occhio e l’area critica del proprio cervello. Vedere (non guardare) ciò che lo circonda, avere la capacità di interpretarlo nei suoi significati. Un’attenzione ai dettagli che non solo i fotografi professionisti possiedono.

Luciano De Crescenzo ne è un esempio. Ambasciatore nel mondo della cultura napoletana, può essere definito il teorico principale della filosofia partenopea, materia dalle origini varie e storicamente radicate, in cui si fatica a scindere superstizione e religione. Sono un classico gli episodi di vita vissuta da lui raccontati un po’ in maniera comica e un po’ analitica, vere e proprie lezioni di napoletanità in cui non lascia nulla di indefinito, conoscendo tutti i perché più segreti del lifestyle del capoluogo campano. Si, nonostante la sua dipartita, mi viene istintivo scrivere coniugando i verbi al presente, perchè ancora centinaia di persone, attraverso libri, film e documentari in cui spiega la mitologia greca con la leggerezza di una fiaba della buonanotte, ancora oggi imparano qualcosa grazie a Luciano, e lo fanno sempre con il sorriso.

Ogni espressione, gesto apotropaico e usanza a Napoli non è data dal caso, ma da profondissime radici, le stesse che ancora tengono in piedi una città che sembra sempre sull’orlo del collasso, ma che in realtà deve tutto al suo fascino decadente ed alla sua popolazione così contraddittoria e conservatrice, che però spicca in spirito di adattamento ed indolenza.

Conosciamo De Crescenzo come l’ex ingegnere della IBM, lo scrittore, colto e studioso, l’ attore e lo showman. Pochi conoscono il suo talento nel reportage fotografico

“Napoli per me non è la città di Napoli ma solo una componente dell’animo umano che so di poter trovare in tutte le persone, siano esse napoletane o no. A volte penso addirittura che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana”

Dagli anni ‘60 usava girare per i vicoli di Napoli con in mano la sua Nikon e immortalare scorci di vita vissuta, reale, verace. Le immagini risultanti parlano di uomini e donne intenti nelle loro affari durante una quotidianità che ad un occhio forestiero lascia scappare un sorriso ed incuriosisce. Lo spirito di Napoli, pur essendo un soggetto astratto, trova la sua concretezza negli atteggiamenti disinvolti di persone che svolgo attività illecite o poco ortodosse con nonchalance, di chi assume posture e pose rilassate per strada come fosse a casa, e in quelli dei bambini con lo sguardo furbo di chi ha già capito che dovrà cavarsela da solo.

Si passeggia per Spaccanapoli con De Crescenzo e ci si ritrova a tu per tu con dei becchini che reggono una bara pasteggiando un panino, in vicoli in cui si accatasta merce sotto edicole votive, oppure seduti insieme a un anziano signore con la fisarmonica, cercando un po’ d’ombra, incorniciati dalle inconfondibili bugne della facciata della Chiesa del Gesù.

La vita a Napoli è per strada, spazio in cui, come su di un palco, ognuno cerca strenuamente di farsi notare e comunicare la propria personalità. Al nostro filosofo non resta che il compito di scattare.

Elemento dominante delle sue fotografie sono i cartelli, rigorosamente handmade o caricati da espressioni dialettali, spesso costituiscono il fulcro stesso dell’immagine; come delle vere e proprie didascalie, identificano i personaggi, inquadrano i loro caratteri, rievocano il suono del pensiero dei cittadini, ed è impossibile non leggerli col loro accento cantilenante.

Sono avvisi che suonano come avvertimenti e pubblicità ingannevoli di merci e “servizi” che raramente si potrebbero ritrovare altrove, tutto scritto a caratteri cubitali, in un italiano piegato a concetti inequivocabilmente napoletani, pregni dell’orgoglio di appartenenza giustificato da esistenziale ironia.

Racconta De Crescenzo durante un’intervista:

“La scrittura non è stata la mia prima passione… Prima di ricorrere alle parole, la Napoli dei quartieri, quella dei panni stesi al sole, dei numeri al Lotto, dei misteri, l’ho raccontata con la macchina fotografica. Il primo problema che mi ritrovai ad affrontare era come fotografare le persone senza bisticciare. Di solito fingevo di essere uno straniero, e per la precisione un tedesco. I napoletani sono da sempre gentili con i turisti, infatti mi lasciavano fare, senza opporre resistenza. Anzi, a volte si mettevano anche in posa. Alcuni scatti però, preferivo rubarli.”

Come Degas, quindi, il Professor Bellavista preferisce fornirci la visuale di chi guarda dal buco della serratura ciò che accade, come fosse una mosca, per non inficiare l’autenticità di gesti ed espressioni di quel che per lui è il più grande patrimonio della città, i napoletani.

I pochi scatti in notturna e quelli col sole a picco evidenziano la sua reale capacità tecnica, nella scelta della pellicola, nella gestione istintiva di diaframma e tempi, parametri che non è affatto scontato saper dosare nella fotografia analogica.

Non trovo miglior modo di chiudere questo articolo che questa ultima citazione, in cui, sul giornale Il Mattino, De Crescenzo stesso riporta un dialogo tra se e sua figlia, in cui, col suo fare teatrale non dissimile da quello dei suoi concittadini, finge di non riconoscere le sue vecchie foto ritrovate in studio durante dei lavori: uno spaccato della sua vita familiare e un tuffo nella loro intimità.

L: «Paola, vieni a vedere come sono belle queste foto! Ma chi l’ha fatte?»

P: «Ho capito, oggi hai deciso di prendermi in giro. Chi può averle fatte se non tu!»

L: «Ora che mi ci fai pensare, forse fanno parte di quella serie di foto su Napoli che ho scattato negli anni Sessanta.»

P: «Io ero ancora una bambina, e tu di tanto in tanto mi portavi con te in giro per i vicoli a fare foto. Ricordo ancora con stupore l’ospitalità degli abitanti dei bassi. Ogni occasione era buona per invitarci a entrare in casa. Ah, quanti caffè per te e quante caramelle per me! Bei ricordi…»

L: «Davvero?»

P: «Dài papà, smettila di fare lo ’nzallanuto! Non ricordi nemmeno che a fine giornata mi portavi in camera oscura per svilupparle? Eri capace di trascorrere ore sulla stampa di una foto. Una noia mortale!»

L: «Certo che lo ricordo. E chi potrebbe dimenticare le tue lagne! Dài, fermati un attimo, e vieni qui vicino a me. Lo vedi com’era bella la nostra città? Paolé, sient’ a me, ogni luogo del mondo avrebbe bisogno di un po’ di Napoli, perché Napoli non è una semplice città, ma uno stato d’animo!»

P: «Sono assolutamente d’accordo con te! Anzi, sai cosa ti dico, visto che ho capito che ti vuoi intalliare, senti a me: goditi le foto mentre io metto a posto questa montagna di “stati d’animo” che è sul tavolo, che se aspetto a te… facciamo notte!»

https://www.ilmattino.it/cultura/libri/cosi_scatto_bellavista_la_napoli_mia_di_de_crescenzo_e_uno_stato_d_animo-3336921.html
https://www.ilasmagazine.com/2019/07/29/luciano-de-crescenzo-mostra-museum/

Adriana Cannaò – @a.criticona